È sempre buona cosa ammazzare le star del cinema. Non rilasserà i nervi, ma di certo lascia gli spettatori a bocca aperta. Steven Soderbergh è uno di quei registi che si porta appresso la fama di ammazza-star, come scrive Kaleem Aftab su l’Independent.
L’articolo di Aftab in sé non è granché interessante, anche e soprattutto perché l’autore si fa imperdonabilmente sfuggire uno spunto che poteva portare a qualcosa di buono, per seguire invece una strada molto più facile: l’introduzione al nuovo film di Soderbergh. È circa a metà lettura che il regista dichiara sia «buona cosa far morire le star del cinema». Davvero, e «le due cose più importanti successe a tale riguardo negli ultimi 50 anni sono stati il lasciar morire Janet Leigh da parte di Hitchcock così come nessuno mai si era sognato di fare – prendere la propria eroina e farla fuori dopo 40 minuti – e… da parte di Mike Nichols, l’ingaggiare Dustin Hoffman per Il laureato».
Ecco due istanti fondamentali del cinema moderno. Certo certo, ma bisogna cercare di non perdere di vista il quadro generale. Piuttosto che pensare ad un paio di importanti giri di boa nell’evoluzione del cinema, a me piace vederla come uno sviluppo lento e progressivo, un’infinita sequenza di piccoli fotogrammi evolutivi. Janet Leigh sarebbe morta ugualmente dopo 40 minuti di pellicola se qualcuno (e, guarda caso, si trattava dello stesso Alfred Hitchcock) più di 30 anni prima non avesse deciso che la convenzione di rappresentare i cattivi con i baffi fosse da abbandonare? Sembra che Hitler e Stalin non fossero poi così moderni. Solo a leggere Il cinema secondo Hitchcock, il libro che raccoglie le interviste al regista fatte da Truffaut, si scoprono innumerevoli esempi di cui è protagonista il maestro del brivido.
Ma non è solo l’immagine della star ad essere cambiata. Il cinema stesso è cambiato, radicalmente. Se il pubblico degli anni ’20 o ‘30 avesse avuto l’occasione di guardare Psycho non avrebbe pensato “perché hanno fatto morire la star a metà del film?”, quanto piuttosto “perché diavolo hanno fatto morire la star?”. Già, perché le Marlene Dietrich, gli Humphrey Bogart e i John Wayne non morivano. Mai. E se invece il gruppetto a cui i Louis Lumière ha proposto per la prima volta La Sortie de l’usine Lumière à Lyon avesse visto Psycho, probabilmente non ci avrebbe capito niente, ma proprio niente.
Ho trovato il libro Manuale del montaggio di Diego Cassani estremamente interessante, e penso che potrebbe esserlo anche per gente a cui del montaggio non interessa un bel niente. Una delle cose più riuscite del testo è far capire al lettore l’evoluzione del cinema. Cassani ci mostra per quale motivo oggi un attacco sull’asse può bastare a far comprendere ad uno spettatore che il personaggio sta usando un binocolo, mentre fino e oltre La finestra sul cortile una mascherina rotonda attorno all’immagine ci aiutava a capirlo. Cassani ci illustra come un’inquadratura soggettiva debba essere dichiarata perché possa essere compresa come tale (oggi, ma per quanto tempo ancora?). Ci parla di come il montaggio cosiddetto franto che si ritrova in Harry a Pezzi sia stato prima d’allora impensabile. Se si parte dalla lettura della teorizzazione generale del montaggio di Ejzenštejn (quella che si trova, ad esempio, in Teoria generale del montaggio) quanto scritto da Cassani risulta ancora più godibile.
Dunque questo post è stato un susseguirsi di vaneggiamenti. Noiosi? Possibile. Sconclusionati? Senz’altro. Ma sono pur sempre riuscito a consigliarvi tre libri, e a cercare in modo subdolo, ancora una volta, di convincervi a guardarvi tutto, ma proprio tutto, Hitchcock.
In fin dei conti mi sembra di aver fatto un buon lavoro.
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Qualcosa in più:
* Le recensioni di Il cinema secondo Hitchcock e di Manuale del montaggio.
* Un po’ di storia del cinema, qui.
* E via, consigliamo un ultimo libro: questo!
