Clint Eastwood è brutto e cattivo. Così almeno sostiene Alex von Tunzelmann sul Guardian, contraddicendo ampiamente Sergio Leone.
Già, perché nel suo nuovo film, intitolato J. Edgar, ci racconta la storia di John Edgar Hoover, politico e funzionario dell’FBI che nel 1900 rappresentò un baluardo contro la diffusione del comunismo in America. Almeno così è secondo il film, che poi riprende il punto di vista dello stesso Hoover. Ma non è tutto oro quello che luccica. Eastwood fa un tentativo di salvarsi in corner, quando alla fine della pellicola ci mostra la tendenziosità del narratore, ma, ammonisce la von Tunzelmann, «il pubblico, soprattutto quello non americano, probabilmente non ne saprà abbastanza di Hoover e degli anni ’30 della politica americana per capire quanto ci sia di vero». Insomma, attenzione perché questa volta il cinema non ha detto la verità.
Aspetta aspetta, il cinema che dice la verità. Sembra un po’ strano chiedere alla fiction, alla finzione, di non dire il falso. L’immagine in movimento ha sempre mentito, dai secoli dei secoli. Prendiamo il sovietico kino-pravda (letteralmente: cinema-verità): gran cinema di certo, ma poca verità. Mi si può contestare che il cinema propagandistico è diverso, è fazioso per definizione. Non potrei essere più d’accordo. Però, Jade Fitton, sul terzo numero di Gorilla Film Magazine, ci fa notare come la riscrittura della storia sia una cosa tutt’altro che rara nel cinema. Fitton prende ad esempio due pellicole: Lawrence d’Arabia e La ricerca della felicità, storie di uomini non comuni, ma che comunque è sembrato necessario migliorare con qualche menzogna od omissione.
La ricerca della felicità omette qualche piccolo particolare sulla vita del protagonista. Ad esempio il fatto che era un drogato e uno spacciatore. Ad esempio che si dimenticò completamente del figlio per 9 mesi. Cosucce, insomma. In definitiva, io non riporrei tutta la mia fiducia nel cinema di fiction. E nemmeno nel documentario, a dirla tutta. Perché il documentario non dovrebbe mentire? Si pensi ai documentari che il governo americano produsse per sponsorizzare la guerra in Vietnam, primo fra tutti Why Vietnam?. Oppure all’eccesso di Der Ewige Jude (L’eterno ebreo), il documentario nazista che spiegava alla gente come “davvero” erano gli ebrei. Barnouw, nel suo testo Documentary: A History of the Non-Fiction Film, ci mette in guardia su come l’obiettività nell’immagine in movimento non possa esistere. Forse potrà esistere obiettività in un sasso, ma non appena questo viene filmato, viene rappresentato, essa smette di esistere.
Il punto, quindi, diviene un altro: quando è accettabile la menzogna? Fitton sembra dirci mai (e a proposito di ciò ho più di una riserva), von Tunzelmann ci dice almeno non in J. Edgar. Forse non è passabile in J. Edgar perché è subdola, mentre è accettabile in Bastardi senza gloria, in cui i Basterds crivellano di colpi Hitler & co., dal momento che la menzogna diviene addirittura grottesca. Sinceramente, L’eterno ebreo è talmente falso da risultare grottesco (per quanto spaventosamente convincente). La distinzione potrebbe andare a braccetto con l’ideologia. Se c’è ideologia non va bene mentire, in Bastardi senza gloria non c’è mica ideologia. Ma non venitemi a raccontare che ne La ricerca della felicità non c’è ideologia, perché è come dire che Tinto Brass dirige film per bambini.
Pretendere che ogni film mostri prima dell’inizio il messaggio “Attenzione questa non è la verità“ mi sembra davvero da ingenui. Il cinema mente, perché è la sua natura più intima. Dopotutto, quel che alla von Tunzelmann sembrava un male in J. Edgar (ovvero raccontare una storia in modo non obiettivo, ma farlo sapere solo alla fine), a me sembra invece buona cosa. Quantomeno fa parlare i giornalisti del Guardian, gli studenti di cinema e i blogger senza né arte né parte di kino, di pravda e di falso.
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Qualcosa in più:
* Il trailer del nuovo J. Edgar, qui.
* A proposito di kino-pravda, questo.
* Il documentario L’eterno ebreo, qui.
* Il film Why Vietnam?, qui.
* Il sito di Gorilla Film Magazine.
